Tumore, uno spettacolo desolato

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COMPAGNIA MALEBOLGE in coproduzione con RialtoSantambrogio

ore 22.15 > Sala 14 del Protoconvento > (100 min.)

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Benedetta Cesqui / Lucia Calamaro – La Madre, Monika Mariotti – La Dottoressa
disegno luci Marco Fumarola

A Virginie Larre, storica dell’arte, brillante, bevitrice, imbranata e molto comica amica mia, questo requiem.
Se la malattia non fosse intervenuta, nella stagione 2006-2007 Virginie sarebbe stata a Roma come borsista a Villa Medici. Ma é successo. Allora  a Roma, ci sarà di lei solo questo mio ricordo. E mi piace credere che  mentre qualcuno lo vede, mentre sarà in scena, l’ombra in cui lei adesso si muove, sarà forse un po’ meno fitta, sfiorata dall’eco di questo fare

Questo è uno spettacolo di cui ancora ignoro  la natura . Soprattutto ora, che definitivamente uscito da me, ha vita propria. So solo che volevo uno spettacolo profondamente tragico che mi si trasforma tra le mani in qualcosa che  malgrado me,  lo è sempre meno. O diverso da come, nella totale libertà dell’immaginare, mi era apparso. E allora comincio a dirmi che c’è un’ironia  che è  risultato di desolazione, negazione, privazione, perché cerco di raccontare l’itinerario indicibile di un malato terminale. Rinasce da pochi anni un’antica pratica istituzionale: l’accompagnamento. Rimanda all’Ars moriendi, alle Confraternite della buona morte,  agli Hotels-Dieu: come se gestire la morte fosse affare più proprio del Medioevo che di altre epoche. Come se col tempo, oltre che paradossalmente edonistici, fossimo diventati anche immortali.
Siamo qui. In un piano d’accompagnamento e di cure palliative  di un ospedale X. E’ il luogo tecnico medico dove  vanno a morire i malati terminali. Un posto strano. Ed e’ qui che  vivono  la Madre della Paziente e la Dottoressa. In questa culla di nature ibride,  dove tra i mezzi vivi, mezzi no, ingrossa e cresce il vuoto. E’ un non-luogo, non assomiglia a niente, e per la sua natura di portale di passaggio, alimenta con parole buie il mistero e la paura. Formule magiche sono pronunciate ad allargare i limiti della conoscenza. Elisir, miracoli d’arte varia,  preghiere, poi un’ultima operazione impossibile, scettico  appiglio risolutivo  che la medicina tende allo spirito. Infine la resa ad un corpo  invaso che non ha più tempo. Fin qui il Primo Atto.
Il Secondo Atto comincia nella Sala di Conforto:una stanza adibita al ristoro di familiari e amici. Giornali, due chiacchere, cibo: si recupera familiarità con la vita. Ci si prova. O si fa finta. Ma é proprio qui che la storia si blocca. E da dentro. La cosa subisce un sabotaggio, dall’intimo. Lo spettacolo si inceppa, le sue funzioni vitali si  sovrappongono. La storia si sgretola e la cosa imbocca una piega diversa che, gira gira, si morde la coda. A richiamo e immagine  di  ben più metabolici disordini d’irrazionale natura,  e di  ben altri, irrisolti, nemici interiori.