L’Esausto o il profondo azzurro

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TEATRO STABILE DI CALABRIA

 ore 20.45 > Teatro Sybaris > (65 min.)

uno spettacolo di Lorenzo Gleijeses
con la regia di Julia Varley (Odin Teatret)
con Lorenzo Gleijeses e Manolo Muoio
drammaturgia Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio, Julia Varley
coreografie Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio, Julia Varley
in collaborazione con Augusto Omolù, Giorgio Rossi, Tommaso Starace
musiche a cura di Lorenzo Gleijeses, Francesco Eco
scene e videoambiente Paolo Calafiore
light designer Gigi Ascione
video Paco Capaldi
realizzazione video Attilio Ruggero
area tecnica Rosario D’Alise
scenografo assistente Ji Hye Choi
foto di scena Marco Ghidelli
realizzazione scene Rosario Imparato
produzione Teatro Stabile di Calabria
in collaborazione con Mercadante Teatro Stabile di Napoli

Un nuovo studio, tra Beckett e Deleuze, per Lorenzo Gleijeses, vincitore del Premio Ubu 2006 come migliore attore under 30 per l’interpretazione de Il Figlio di Gertrude, realizzato a quattro mani con Julia Varley, storica attrice dell’OdinTeatret. Un sodalizio, quello con la Varley che continua anche in questa occasione, per la quale, spiega il giovane attore, “il punto di partenza è stato Cerimonia funebre per un negro assassinato di Fernando Arrabal. In quest’opera i due protagonisti, Jeronimo e Vicente, una sorta di Vladimiro ed Estragone spagnoli, si rinchiudono (o sono rinchiusi?) in una stanza. Decidono di diventare attori, fanno il possibile per diventarlo per astrarsi allontanarsi, straniarsi, chiudere i contatti con un mondo esterno che fa paura. Attori in ricerca, nel pantano della ricerca, una ricerca d’identità che diviene perdita d’identità. Pensavo al testo di Arrabal, lo leggevo, lo immaginavo e parallelamente ho incontrato L’esausto, una prefazione di Gilles Deleuze a 4 pìece di Samuel Beckett: “La combinatoria è l’arte o la scienza di esaurire il possibile. Solo l’esausto può esaurire il possibile perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza, scopo o significato. Solo l’esausto è abbastanza disinteressato, abbastanza scrupoloso, non può fare a meno di sostituire i progetti con tabelle e programmi privi di senso. Quel che conta per lui è in che ordine fare quel che deve e secondo quali combinazioni fare…per nulla.[…] Non cadiamo nell’indifferenziato o nella famosa unità dei contrari e non siamo nemmeno passivi, ci diamo da fare, ma per nulla. […] La massima esattezza e l’estrema dissoluzione: sono questi i due sensi dell’esaurimento, ci vogliono tutti e due per abolire il reale.”

Un Vajtim Arbëresh

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CENTRO R.A.T./FRANCESCO SURIANO

ore 22.15 > Chiostro del Protoconvento > (60 min.)

da Medea di Euripide in lingua Arbëreshe

riduzione e adattamento di Nando Pace e Francesco Suriano
traduzione letteraria in lingua arbëreshe di Adriana Ponte
con Riccardo Baffa, Vicky Macrì, Francesco Mazza, Nando Pace, Lello Pagliaro, Adriana Ponte
costumi Dora Ricca
oggetti di scena Rosalba Balsamo
collaborazione alla regia Nando Pace
disegno luci Eros Leale
tecnico audio Geppino Canonaco
regia Francesco Suriano
produzione centro R.A.T. con la collaborazione di Teatri del Sud

Stimolati da un’idea di Giancarlo Cauteruccio abbiamo affrontato per la prima volta in Italia la messa in scena di un testo classico tradotto in lingua arbëreshe, dando voce ad una minoranza linguistica della Calabria. Una lingua musicale che evoca suoni e culture del passato, veicoli di miti moderni. Poniamo l’accento su Medea, uno dei miti più conosciuti, in un confronto filologico rappresentato dai tratti comuni e dai significati che alcuni aspetti della tradizione arbëreshe ha mantenuto e che troviamo presenti nella tragedia greca. Temi come nostalgia, pregiudizio, inospitalità verso lo straniero rivivono nella Medea, eroina di modernità, e trovano riscontro nei testi e nelle canzoni arbëreshe che rievocano l’amarezza della diaspora e la nostalgia dei propri luoghi. Prendendo spunto dall’immagine descritta in una didascalia della Medea di Franz Grillparzer in cui è descritta una tenda davanti al mare all’arrivo di Medea a Corinto, riviviamo un’altra immagine a noi contemporanea delle tante donne sbarcate sulle nostre coste. Si tratta dei nuovi eroi “mortali” moderni, gli extracomunitari, i viaggiatori per necessità, pronti a tutto anche a rischiare la vita nella lotta contro gli elementi. Medea è una di loro, sbarcata sulla costa calabrese alla ricerca di una nuova terra. Medea è e resterà straniera perché vittima della “paura dell’estraneo”, straniera in terra straniera, vista come un pericolo e per vendetta alla fine lo diventa. I costumi saranno contemporanei come se la scena fosse ambientata in uno di tanti luoghi di sbarco della costa calabrese, con una grande tenda di fronte al mare a simboleggiare l’arrivo dei profughi nella nuova terra. I personaggi qui ridotti a sei sono interpretati da attori e musicisti di origine arbëreshe, alcuni dei quali fanno parte di un gruppo etnico-musicale che suona gli strumenti originali della tradizione greca, albanese e macedone come il bouzouky (strumento a corda). L’adattamento tradotto dal greco antico di Euripide all’arbërisht assieme ai suoni e ai canti albanesi e bizantini, faranno da contrappunto al disegno sonoro di un progetto che assume un particolare significato sia dal punto di vista culturale che estetico e politico.