Sua Maestà Siciliana. Uno studio su Ferdinando II

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I SOTTERANEI DEL CASTELLO

ore 22.45 > Sala 14 del Protoconvento > (60 min.)

di Dario Tomasello
regia Giovanni Boncoddo
con Gianluca Cesale
musicista in scena Orazio Corsaro
collaborazione alla regia di Roberto Bonaventura e Marilisa Busà
costumi Francesca Cannavò
disegno luci Renzo Di Chio
con il sostegno e il patrocinio dell’Assessorato ai Beni Culturali e P.I. della Regione Sicilia

Cosa accadrebbe se i vinti della storia potessero per un momento riavere voce, restituire agli uomini il loro punto di vista, la loro versione dei fatti? E se, fuori da ogni retorica di classe, i vinti in questione fossero non già passeggeri in transito anonimo attraverso le grandi vicende di ogni tempo, ma personaggi ben in evidenza, dei sovrani addirittura? Sua Maestà Siciliana. Uno studio su Ferdinando II, monologo in cinque scene, scritto da Dario Tomasello, per la regia di Giovanni Boncoddo, prende il via da questi ed altri quesiti, dalla tentazione non di rispondervi, bensì di continuare a interrogarsi su quello che è accaduto e (perché no?) su quello che sarebbe potuto accadere se il corso delle cose avesse preso una differente piega. In uno spazio scenico, anche limbo o luogo onirico, che sfugge a precise coordinate spazio – temporali, prende vita l’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie, raccontando episodi di una storia che ha vissuto e di una storia che travalica i limiti della sua stessa esistenza, sempre in bilico tra due mondi, un mondo venturo e uno venuto, che non c’è più. Le musiche originali eseguite in scena da Orazio Corsaro, scandiscono il testo interpretandone ora le atmosfere comiche e risentite, ora invece la tensione ieratica e nobile.

Un Vajtim Arbëresh

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CENTRO R.A.T./FRANCESCO SURIANO

ore 22.15 > Chiostro del Protoconvento > (60 min.)

da Medea di Euripide in lingua Arbëreshe

riduzione e adattamento di Nando Pace e Francesco Suriano
traduzione letteraria in lingua arbëreshe di Adriana Ponte
con Riccardo Baffa, Vicky Macrì, Francesco Mazza, Nando Pace, Lello Pagliaro, Adriana Ponte
costumi Dora Ricca
oggetti di scena Rosalba Balsamo
collaborazione alla regia Nando Pace
disegno luci Eros Leale
tecnico audio Geppino Canonaco
regia Francesco Suriano
produzione centro R.A.T. con la collaborazione di Teatri del Sud

Stimolati da un’idea di Giancarlo Cauteruccio abbiamo affrontato per la prima volta in Italia la messa in scena di un testo classico tradotto in lingua arbëreshe, dando voce ad una minoranza linguistica della Calabria. Una lingua musicale che evoca suoni e culture del passato, veicoli di miti moderni. Poniamo l’accento su Medea, uno dei miti più conosciuti, in un confronto filologico rappresentato dai tratti comuni e dai significati che alcuni aspetti della tradizione arbëreshe ha mantenuto e che troviamo presenti nella tragedia greca. Temi come nostalgia, pregiudizio, inospitalità verso lo straniero rivivono nella Medea, eroina di modernità, e trovano riscontro nei testi e nelle canzoni arbëreshe che rievocano l’amarezza della diaspora e la nostalgia dei propri luoghi. Prendendo spunto dall’immagine descritta in una didascalia della Medea di Franz Grillparzer in cui è descritta una tenda davanti al mare all’arrivo di Medea a Corinto, riviviamo un’altra immagine a noi contemporanea delle tante donne sbarcate sulle nostre coste. Si tratta dei nuovi eroi “mortali” moderni, gli extracomunitari, i viaggiatori per necessità, pronti a tutto anche a rischiare la vita nella lotta contro gli elementi. Medea è una di loro, sbarcata sulla costa calabrese alla ricerca di una nuova terra. Medea è e resterà straniera perché vittima della “paura dell’estraneo”, straniera in terra straniera, vista come un pericolo e per vendetta alla fine lo diventa. I costumi saranno contemporanei come se la scena fosse ambientata in uno di tanti luoghi di sbarco della costa calabrese, con una grande tenda di fronte al mare a simboleggiare l’arrivo dei profughi nella nuova terra. I personaggi qui ridotti a sei sono interpretati da attori e musicisti di origine arbëreshe, alcuni dei quali fanno parte di un gruppo etnico-musicale che suona gli strumenti originali della tradizione greca, albanese e macedone come il bouzouky (strumento a corda). L’adattamento tradotto dal greco antico di Euripide all’arbërisht assieme ai suoni e ai canti albanesi e bizantini, faranno da contrappunto al disegno sonoro di un progetto che assume un particolare significato sia dal punto di vista culturale che estetico e politico.

Un mondo perfetto

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VALDEZ ESSEDI ARTE/BAM TEATRO

ore 20.45 > Teatro Sybaris > (90 min.) > Prima nazionale

di Sergio Pierattini

con Milvia Marigliano, Sergio Pierattini, Davide Lorino

regia Sergio Pierattini

scene e costumi Barbara Bessi

musiche Gwyneth Schaefer

luci Gianni Straropoli

assistente alla regia Davide Lantieri

ufficio stampa Giulia Calligaro

consulenza modellistica Arch. Piergiuseppe Diodato

Premio Riccione 2007. Premio speciale della giuria Bignami-Quondamatteo
Una coppia alla disperata ricerca di un figlio. Un sogno che una volta realizzatosi porta con se la scoperta amara e raccapricciante della profonda e insanabile incapacità di amare il figlio tanto desiderato.
“Ho scritto questo testo all’inizio del 2007. Affronta un tema, attuale e complesso come quello dell’adozione. Più in generale della nostra o per dirla senza presunzione forse soltanto mia, incapacità di amare. Una coppia non più giovanissima sogna di adottare un figlio. Quando scopriamo in scena i due protagonisti il loro calvario di attese e delusioni sembra essere definitivamente concluso. L’arrivo del figlio è in realtà l’inizio di un percorso di difficoltà devastanti che fin dal secondo quadro si rivelano insuperabili. I due protagonisti scoprono in rapida successione quanto sia “impossibile” amarlo. Le difficoltà non stanno nella personalità del ragazzo, non a caso non compare mai sulla scena, ma nella stessa natura dei due protagonisti.  Nell’essenza di quell’universo a due, grigio, ma anche autosufficiente e appagante che contraddistingue la loro unione. E’ un testo crudele, dove il dolore viene indagato senza mezzi termini. Più che i giudizi morali prevale, una volta svelato il mistero e tolta ogni ambiguità alla scomparsa del figlio, un senso di sincera e umana comprensione per i due sfortunati protagonisti. La loro tragica sconfitta riflette i miei e i nostri piccoli fallimenti quotidiani. Il non amore della coppia di “un mondo perfetto” svelandosi come un morbo improvviso ci ferisce e allo stesso tempo ci richiama a quella parte di noi, tanto oscura e imprevedibile perché al di fuori dal nostro diretto controllo, quanto sorprendente e devastante, con cui, prima o poi,  tutti siamo costretti a fare i conti.” S. Pierattini

Lampedusa è uno spiffero!!!

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EMMEÀ TEATRO
ore 22.30 > Chiostro del Protoconvento > (75 min.)

“Lampedusa è uno spiffero!!!”
l’Immigrazione - Lampedusa - l’Occidente - la Caponatina
Monologo tragicomico
di Fabio Monti e Norma Angelini
con Fabio Monti
elaborazioni video Norma Angelini
luci Michele Fazio
organizzazione Francesco Fantauzzi

prodotto da EmmeA’ Teatro
con Il Carro di Jan
e la collaborazione di Cultània Festival, Armunia Festival, Teatro Comunale di Castiglion Fiorentino
Selezione Premio Extracandoni / Selezione Premio V. Schiavelli Palermo Teatro Festival / Premio Cantastorie Pino Veneziano 2007

Ma lo sai che uno dei pizzi di terra più a sud di tutta l’Europa si chiama Lampedusa? Sai, è un’isola.
Piccola. Molto più vicina all’Africa (circa 90 km) che al resto d’Europa (180 km circa). E’ territorio Italiano. Da lì, puoi godere di una visuale tutta privilegiata su uno dei temi caldi del nostro scintillante presente: la migrazione enorme, biblica, di popolazioni del Sud del mondo, in direzione dell’Occidente ricco. Ma lo sai, è una bellissima visuale….
“Un milione di persone pronte a invadere le coste italiane, dalla Libia, a sbarcare a Lampedusa e……” (un miliùni?! minchia! e come fannu? a Lampedusa, un miliùni di cristiani, mancu ‘a ‘ddritta cci stanu….) Ah, che bella vista, a Lampedusa….. Da lì queste cosette si vedono a meraviglia, pulite pulite, nitide, nette.
E’ da lì che è partito il nostro spettacolo. E da un presupposto: il desiderio di ridicolizzare i luoghi comuni, cercando di comprenderne i fondamenti.
Ridere delle assurdità del mondo. Cercare le contraddizioni. Estremizzarle. E ridere. Ridere.
Cercare il senso delle cose, e provare a salvala la pietà umana, da facce viste, da contraddizioni reali, da voci sentite, da ragioni comprese, prima, molto prima dei giudizi facili, delle ragioni, facili.

Fumiere. Storia imprevista ed abbagliante

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SCENARI VISIBILI

ore 19.45 > sala 14 del Protoconvento > (60 min.)

da un’idea di Emma Leone

di e con Dario Natale

e con Maria Teresa Guzzo, Gianluca Vetromilo.

luci e fonica Gemma Anais Principe

foto di scena Angelo Maggio

Fumiere- storia imprevista ed abbagliante -  parte da un dato di cronaca, l’uccisione avvenuta nel maggio 1991 a Lamezia Terme, dei due netturbini Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, ed a loro è dedicato. Nato come idea, da una discussione sul come ridare attenzione alle tante vittime “minori” di mafia, Fumiere è poi diventata la storia di un richiamo, l’invenzione di un personaggio e del suo racconto, evocato nell’azione notturna urbana, con la  febbre elettrica dei lampioni e il rumore del robusto carrettino della nettezza che fanno da corredo sonoro al  narrare, al narrarsi con la scopa di saggina che diventa  albero del canto,  strumento sciamanico che scaccia anche gli spiriti, ma chi è il nostro eroe? Sappiamo che era un netturbino, sappiamo che lavorava di notte e che soffriva di crisi epilettiche, che amava il calcio e Rino Gaetano, ci siamo invece detti che adora il suo lavoro e ricicla la monnezza in poesia tramite un processo di raccolta differenziata: da una parte le voci, dall’altra i pensieri, della gente, della strada, solo una cosa può interrompere il suo vagare ed è il… Fumiere, corruzione del dialetto fhumìari/compost, ed è il compost inquinato urbano, sovrapposizione di ricordi impastati e neri come pece silana, pezzi di inferno caduti sulla terra, capisce, il nostro amico, che oltre i confini dei suoi sogni c’è qualcosa di ricorrente e di incombente, una minaccia che fa spagnare , tribolare, e allora chiama chiama, aspetta aspetta,  fino al…silenzio, il silenzio di un clown che lo invita ad un imprevisto giro di giostra, perchè così è stato davvero, e ride, ride,  forse capisce il gioco della vita ed il nesso della fratellanza e gli piace che vorrebbe continuare.. per sempre…fino alla fine del mondo.

Nella solitudine dei campi di cotone

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COMPAGNIA KRYPTON / EGUMTEATRO

ore 20.45 > Teatro Sybaris > (95 min.)

di Bernard-Marie Koltès
traduzione Anna Barbera
regia Annalisa Bianco e Virginio Liberti
con Fulvio Cauteruccio e Michele Di Mauro
scene Horacio De Figueiredo, costumi Marco Caboni, suono Otto Rankerlott
luci Loris Giancola, fonica Cristiano Caria
una produzione Compagnia Teatrale Krypton – Egumteatro – Mittelfest 2006
con il contributo di Ente Cassa di Risparmio di Firenze

Un incontro con la poesia di Koltès e il suo immaginario straziante, fatto di tenebre e di paure infantili, di disperata necessità di affetto. Parole che cercano di superare l’inesorabile difficoltà di esprimersi, di superare la solitudine affollata di ricordi fantasmagorici. Parole che sono musica, musica delicata che tocca e stravolge l’anima. In questo testo, il più famoso dell’autore di Metz, pubblicato da Edition De Minuit nel 1986 due uomini: un cliente – Fulvio Cauteruccio e un dealer – Michele Di Mauro a notte tarda si incontrano per caso.Entrambi fuggiti dalle proprie case, ma non casualmente. Uno di loro dice che ha qualcosa da vendere. L’altro sta al gioco e dice che forse comprerà. Di cosa si tratta? Non si sa, forse l’amore, forse qualche oggetto, forse il tempo, forse il pensiero, forse l’ascolto. Un dialogo serrato che è una sfida, un allontanarsi, un cacciarsi, un inseguirsi dei due personaggi in labirinti verbali violenti quanto uno scontro fisico. Eppure l’opposizione tra i due sembra nascondere un bisogno di possessione reciproco, qualcosa che li lega indissolubilmente l’un l’altro. Nessuna motivazione apparente li obbliga a continuare la conversazione, soprattutto perché il gioco diviene sempre più pericoloso ma entrambi sono come logorati dalla volontà di aspettare la risposta dell’altro e continuare il dialogo all’infinito. Tutto appare come una transazione commerciale. Il progetto sigla l’incontro di due compagnie toscane, Krypton e Egumteatro, sostenute dalla collaborazione produttiva del Mittelfest di Cividale del Friuli e con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Briganti

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Gianfranco Berardi

ore 22.45 > Chiostro del Protoconvento > (55 min.)

scritto diretto ed interpretato da Gianfranco Berardi
assistenza alla Regia e Luci Gabriella Casolari
con la supervisione di Marco Manchisi
produzione e distribuzione C.I.P.S  di Bari 

Il progetto dal nome “Briganti” nasce nel febbraio 2000 attraverso un primo lavoro di ricerca prettamente storico – sociale. Studiando, leggendo e ricercando su libri di storia, su testi di autori contemporanei (uno fra tanti Tommaso Pedio), e documenti rinvenuti in biblioteche, è nata la volontà di rendere sottoforma teatrale, di descrivere attraverso la messinscena, quelle emozioni e quelle atmosfere vissute in questa prima fase del lavoro. Il progetto infatti affronta le tematiche del brigantaggio meridionale post-unitario (1860-61); la scena si svolge in una cella delle carceri del ex- Regno delle Due Sicilie, dove, attraverso le memorie di un giovane ventiseienne caduto prigioniero in battaglia, si rivivono avvenimenti ed episodi che hanno segnato la vita delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia prodotti dallo scontro fra  il nuovo ordine costituito e reazionari. L’intero universo dei fatti narrati trae spunto da documenti storici di vicende realmente accadute e spesso tralasciate dalla storiografia ufficiale. Ad essi, però, si miscela il mondo della tradizione orale popolare non privo di spunti fantastici. Il testo trasforma in sogno realtà crudeli, ironizza su temi, nostro malgrado, ancora vivi, ponendo attenzione sulle radici “culturali” del problema, cercando di non cadere in una retorica politica. “L’ignoranza genera violenza, violenza genera violenza” è uno dei principi che si intende trasmettere con il lavoro. Un solo attore in scena con una sedia, cerca di manifestare una taglio di una storia ancora per un certo verso negata, ancora attuale e sicuramente universale; mette in scena particolari, dettagli, racconti ispirati a precise zone o personaggi storici evitando di chiudere il tutto in una realtà spaziale circoscritta, senza alcuna narrazione filologica della storia. Scene e luoghi della memoria sono affidati al lavoro delle luci. Alla vita di Carmine Crocco, alla quale molte biografie di eroi celebri possono essere paragonate e alle sue scorribande nelle province lucane, è liberamente ispirato il lavoro, in quanto testimone di ribellione come reazione e non rivoluzione.

(a + b)3

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MUTA IMAGO

ore 22.30 > Chiostro del Protoconvento > (45 min.)

progetto e regia Claudia Sorace
drammaturgia/Suono Riccardo Fazi
cubo Massimo Troncanetti
vestiti Fiamma Benvignati
registrazioni audio Federica Giuliano
con Riccardo Fazi Claudia Sorace
produzione Muta Imago 07 in collaborazione con Enzimi 06

Una coppia d’amanti, due figurine felici che si preparano per uscire:  mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, la loro danza si ferma di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili. Poi arriva la guerra. Plinio il Vecchio racconta che la pittura nacque quando una ragazza ricalcò il contorno dell’ombra del suo giovane innamorato sulla parete della sua stanza. Il ragazzo sarebbe partito la mattina successiva, allora lei, la notte, tenendo la lanterna vicino al viso di lui e vedendo proiettarsi un’ombra sul muro, disegnò i contorni della sua ombra. Forse questa storia non continua come la fa continuare Plinio il Vecchio, con il padre della ragazza che realizza un ritratto d’argilla a partire dal disegno della figlia (così, si racconta, nasce la scultura). Forse questa storia continua a partire dal gesto di lei, dal tentativo di trattenere qualcosa che sfugge, che non si può afferrare.  Come quando cade un oggetto qualsiasi, e stiamo per afferrarlo, la mano lo sfiora di poco, ma non si riesce a prenderlo, cade. Orfeo sta risalendo un lungo sentiero, silenzioso, scosceso, buio. Euridice lo segue, perché lui ha incantato tutti laggiù, nel regno dei morti, ed è riuscito ad ottenere in dono la possibilità di riprendersi la sua sposa. I due camminano, lui più avanti, non deve guardarla fino al ritorno in superficie, questo è il patto, e lei lo segue a qualche passo di distanza. Orfeo si gira, lei cade indietro, tende le braccia, cerca di abbracciarlo, ma non afferra nulla se non l’inconsistente aria. Euridice torna ombra, corpo senza peso, forse il ricordo di ciò che era stata in terra. Questi due gesti nascono dalla stessa necessità, ma non c’è consolazione in nessuno dei due. L’immagine che rimane sul muro non dà pace quando manca il corpo che l’ha generata. L’ombra ha trasportato il viso di lui sulla parete, ma l’ombra è falsa, inganna e confonde.  Euridice abbraccia l’aria, dimenando le braccia, che finiscono per richiudersi su lei stessa. Anche lei vuole trattenere, afferrare, fermare, ma il suo movimento non trova un corpo, continua ad annaspare le braccia nel vuoto senza arrivare a qualcosa che fermi il suo cercare. Questi gesti raccontano l’eterna ricerca di un’assenza e il tentativo di tracciare un confine che possa sancire una presenza. Claudia Sorace

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